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  • Immagine del redattoreDott.ssa Marta Falaguasta

Bullo e vittima con un denominatore comune: l'analfabetismo emozionale

Aggiornamento: 9 mar 2023

La scuola è un luogo dove ogni giorno migliaia di bambini e ragazzi si incontrano, si confrontano e crescono insieme. È sempre all’interno del sistema scolastico che nascono spesso delle dinamiche complesse tra ragazzi che, se non monitorate e prese per tempo, possono sfociare in vero e proprio bullismo o anche cyberbullismo di cui tanto, ultimamente, si sente parlare. Negli eventi del bullismo e del cyberbullismo i protagonisti sono sempre fondamentalmente due: bullo e vittima ai quali poi si aggiungono “gli assistenti” dell’uno e dell’altro. Nel cyberbullismo poi vi è anche la possibilità di fare a meno degli assistenti in quanto il rapporto non necessita di confronto e quindi gli aiuti non servono: lo schermo protegge e separa nello stesso tempo; inoltre la possibilità di poter agire in forma anonima favorisce la frequenza e la perpetuazione degli atti di prevaricazione e, chi subisce tutto ciò, non può neanche evitarlo allontanandosi, poiché la comunicazione può raggiungerlo in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. Fatta questa premessa di carattere introduttivo mi piacerebbe riflettere sulla condizione di entrambi i soggetti coinvolti: chi agisce e chi subisce. Il bullo e la sua vittima sono persone apparentemente diverse ma con un denominatore comune: sono entrambi vittime di una carente educazione alle emozioni e ai sentimenti e sono persone estremamente fragili e con scarsa fiducia in sé stessi. Ciò che li differenzia è la modalità di agire: per il bullo la difesa è l’attacco, mentre per la vittima è la sottomissione. E tutti e due sono inconsciamente bisognosi di un arbitro che diriga la “partita”. Nel bullismo non ci sono né vincitori né vinti e a volte risulta difficile discernere tra bullo e vittima dato che il bullo di oggi è stato a buon caso la vittima di ieri o comunque lo è in altri contesti o altre situazioni. La condizione di entrambi è quella di due soggetti che hanno serie difficoltà a riconoscere le proprie emozioni, sono entrambi incapaci di cogliere i segnali emotivi che provengono dall’altro. La rabbia, proprio come tutte le altre emozioni, è sana ed onesta, rappresenta una forza spontanea con la quale un bambino “si rivela” così come la paura, altrettanto sana, è indispensabile per permettergli di attivare le risorse necessarie per difendersi. E per far sì che la loro manifestazione non si arresti ad un livello fisico (aggressività per la rabbia e immobilismo per la paura) è necessario che, nella crescita, si aiuti il bambino a verbalizzare le proprie emozioni cominciando innanzitutto a chiamarle per nome. Famiglia e scuola hanno il compito di insegnare che esistono le emozioni, che è giusto e sano sentirle ed esprimerle proprio per imparare successivamente a gestirle senza arrestarle ad un livello solo fisico. La rabbia o la paura non manifestata possono con il tempo trasformarsi in vergogna e senso di colpa, che nel tempo possono far diventare carnefici o vittime di situazioni di bullismo. Le emozioni fanno parte della nostra persona tant’è che ci emozioniamo fin dal primo momento di vita utilizzando il canale del pianto per entrare in relazione con la nostra figura materna. Quando nasciamo abbiamo un sano contatto con tutte le emozioni, siamo capaci di viverle senza il filtro razionale tipico della persona adulta e di mostrare i nostri bisogni in modo più o meno evidente. Credo che il limite della nostra cultura e della nostra società sia quello di reprimere le emozioni arrivando spesso ad uno stato di assuefazione, che però porta in sé rischi e pericoli. Quando un bambino ha paura o si arrabbia sorprende, allarma ed imbarazza e anziché dargli modo di esprimere ciò che prova si tende o a sdrammatizzare le sue paure o ad arrabbiarsi più di lui non consentendo così la naturale espressione del suo vissuto emozionale. E se non si consente di conoscere e riconoscere un qualcosa che si ha dentro fin dalla nascita e che serve allo sviluppo della personalità si rischia di ottenere due fondamentali tipologie di reazioni: l’introversione o l’estroversione senza una via di mezzo che consente un sano equilibrio tra le due. Ognuno di noi è un essere unico nel suo genere ed ha diritto di dare voce a questa sua unicità attraverso la relazione con la famiglia prima e successivamente con il gruppo dei pari e così via. I bambini hanno bisogno, attraverso la manifestazione delle proprie emozioni, di trovare la valorizzazione e l’apprezzamento delle loro qualità personali all’interno del contesto familiare, al fine di trovare la sicurezza per poter affrontare il mondo al di fuori. E per raggiungere questo obiettivo è necessario far esprimere loro le emozioni aiutandoli a comprendere che la paura così come la rabbia, la gioia e tutte le altre sottocategorie di emozioni hanno un ruolo fondamentale per imparare a conoscersi e a relazionarsi con gli altri. Il genitore o l’insegnante spesso mette in atto un comportamento quasi automatico che è quello di inibire o bloccare il flusso naturale delle emozioni e questo accade perché egli stesso ha difficoltà ad entrare in contatto con i propri vissuti. Il genitore ha il compito di contenere le emozioni del figlio ponendosi con un atteggiamento empatico utile alla comprensione dell’emozione come qualcosa di condiviso. L’insegnante a scuola dovrebbe promuovere un’educazione alle emozioni favorendo momenti di discussione, condivisione e interazione. Come professionista ho svolto interventi di prevenzione e sostegno al bullismo e al cyberbullismo nelle scuole. Ho utilizzato lo strumento del circle time, un metodo di lavoro che facilita e aumenta la vicinanza emotiva, ed è efficace per stimolare i bambini ed i ragazzi ad acquisire conoscenza e consapevolezza delle proprie ed altrui emozioni. Proporre un setting meno tradizionale in cui ci si dispone in cerchio permette innanzitutto di guardarsi negli occhi, favorendo un contatto visivo inesistente nei classici setting scolastici. Guardarsi negli occhi e sostenere lo sguardo promuove una sintonizzazione emotiva, utile spesso ad una predisposizione diversa per l’eventuale soluzione di un conflitto di gruppo, evitando anche la necessità di interventi autoritari da parte degli insegnanti. Far uso del circle time fin dalla scuola materna, a mio avviso, “allena” i bambini a mettersi in gioco e a sapersi relazionare con gli altri “mettendo” nel gruppo le proprie emozioni sentendole attraverso un linguaggio corporeo e sensoriale. Il gruppo diventa così un “contenitore emozionale” utile ed efficace per la conoscenza di sé e degli altri. Lavorare in gruppo aiuta anche l’insegnante ad osservare le dinamiche che si instaurano tra gli alunni e permette altresì di contenere e lavorare il prima possibile su comportamenti aggressivi, di prevaricazione o al contrario di sottomissione. Si diventa bulli quando l’aggressività si configura come unica modalità di relazione e vittime quando la paura prende il sopravvento sulla propria persona. Conoscere le emozioni personali e sociali serve a crescere come individuo tra gli altri e a conquistare i rapporti interpersonali.

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